Le prove di I Cacciatori Incantati procedevano alacremente e al termine mi intrattenevo con Cue (come si faceva chiamare dagli amici e come volle che anche io lo chiamassi) e le nostre conversazione si facevano sempre più intime.
Poiché aveva avuto modo di conoscere sia mia madre che me attraverso lo zio dentista, durante una sua visita a Ramsdale, sapeva che quello che stava con me non era mio padre e aveva intuito quelli che erano i nostri rapporti.
Come Valmont era riuscito a fare sua la piccola Cécile senza che lei se ne accorgesse, così Cue riuscì a farmi svelare tutta la verità, che d’altronde intuiva benissimo, e sin dalle mie prime timide ammissioni seppe creare tra noi un rapporto molto confidenziale, quasi di complicità.
Riuscì a carpirmi ogni segreto, ma non era il caso di parlare di confessione: una confessione presuppone il riconoscimento di un peccato ed eventualmente il pentimento. Cue non aveva niente a che vedere con un padre confessore che giudica e concede il perdono. Per lui ero stata trascinata, senza alcuna colpa, in una situazione più paradossale che scandalosa. Non avevo avuto il coraggio di rivelare a Mona che i suoi sospetti erano fondati, ma come con lei avevo provato piacere a confidarle i particolari più intimi della mia breve relazione con Steve, così provavo un senso di liberazione nel tirare fuori quanto c’era di più lercio e spregevole in quello che l’ignobile e depravato monsieur Humbert pretendeva da me. Riparlandone insieme ne ridevamo e Cue richiamava la mia attenzione sugli aspetti ridicoli, mettendo in burla le manie di H.H.
Era come se nuda e completamente ricoperta di melma, fossi raggiunta dal getto d’acqua che con una pompa Cue dirigeva sul mio corpo e sui punti più sensibili facendomi una specie di solletico che suscitava in me ilarità, procurandomi anche fremiti di piacere.
Quello che trovavo quanto mai confortante era il fatto che mi ascoltava senza nessuna morbosità (questo era quello che credevo). Mi ero sbottonata con lui, rivelandogli cose piccanti e scabrose, senza che lui si sentisse autorizzato a sbottonarsi i pantaloni, malgrado non avesse nascosto quello che provava nei miei riguardi. E dopo quello che ero costretta a subire da H.H. questa era per me una cosa quasi incredibile.
Si era limitato a baciarmi amorevolmente e sorridendo aveva affermato che mi aveva già baciato quando avevo dieci anni ed io mi ero arrabbiata moltissimo. Poi avendo notato il modo con cui avevo risposto al suo bacio, osservò che ora le cose erano ben differenti.
Ormai non potevo più nascondere a me stessa che ero innamorata di lui, affascinata dalla sua genialità, dal suo spirito, dal modo di presentare le cose, di essere affettuoso comportandosi da perfetto gentleman. Gli fu facile capire quello che provavo per lui e chiamandomi uccellino, mi invitò ad aprire le ali e prendere il volo con lui.
Come Lucignolo con Pinocchio, Cue mi parlò del Paese di Bengodi: un ranch nell’Ovest, che un amico gli aveva messo a disposizione, dove riuniva gente del cinema e del teatro, attori, registi, produttori, dando vita a feste favolose che si svolgevano ininterrottamente per giorni, e dove ci saremmo potuti rifugiare e divertire.
A settembre, poi, a Hollywood sarebbero iniziate le riprese di un film tratto da una sua commedia ambientata nel mondo del tennis. Io sarei andata con lui e m’avrebbe fatto fare un provino per avere una piccola parte, oppure avrei potuto fare da controfigura nelle scene di tennis.
Per la prima volta dopo tantissimo tempo, tornavo a sognare. Era tutto molto bello ma come potevo fuggire da H.H., che praticava su di me un’attenta sorveglianza? E anche se fossi riuscita a scappare, lui restava il mio patrigno e si sarebbe rivolto alla polizia che ci avrebbe sicuramente rintracciato, prima di poterci nascondere nel ranch.
Cue estrasse dal cilindro più d’un piano per gabbare il mio non irreprensibile patrigno, che oltre a permetterci di mettere in atto i nostri propositi, gli avrebbero impedito di avvicinarsi alla polizia.
Ne parlammo a lungo un pomeriggio, quando ormai mancava poco più di una settimana alla recita, e poiché io ero ancora titubante cercò di convincermi. Prima di lasciarci mi strinsi forte a lui che carezzandomi i capelli mi sussurrò all’orecchio.
“Dai uccellino, dispiega le ali e vieni a volare con me…”
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