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Arrivo al Duk Duk Ranch

Dopo varie tappe ed essere riusciti a far perdere le nostre tracce ad H.H., arrivammo finalmente al Duk Duk Ranch, pieno di amici che si divertivano come pazzi. Ci vennero incontro festosi e ridendo ci buttarono nella piscina.

Cue mi mostrò compiaciuto a tutti (conoscevo solo Bill e Fay) e come se fossi stata una bottiglia di raro Champagne, davanti ai loro occhi mi tolse la stagnola e mi stappò per poi versarmi nei loro calici affinché mi assaporassero e mi gustassero. Ed io mi sentivo quanto mai lusingata.

Quando, pressoché nuda, Cue mi portò nella sua stanza adagiandomi sul letto ero quanto mai eccitata. Gli avevo detto che ormai mi sentivo completamente guarita e disintossicata e che non desideravo altro che fare finalmente l’amore con lui. Cue mi guardava ammirato, decantando ogni mia parte del corpo paragonandola a un frutto e a un fiore, dalle fragoline di bosco alle pesche vellutate, dal fragrante incanto dei roseti alla sensualità delle orchidee… ma alle parole non seguivano i fatti.

Pensai allora, come era successo con H.H. quella dannata mattina nella stanza del The Enchanted Hunters Hotel, di prendere io l’iniziativa. Il vizioso Humbert mi aveva ormai resa esperta in fatto di giochetti erotici, che avevo sempre definito cose schifose, ma questa volta non ero spinta a farli per meritare la mia tariffa, ma unicamente per accendere il desiderio del mio uomo… e quando mi accorsi che era in condizioni di farmi sua mi sentii invadere da una grande emozione.
Ricordavo che, abbandonandomi per la prima volta ad Humbert, avevo mormorato dentro di me “Vieni tesoro, fammi conoscere i piaceri dell’arte amatoria francese…” ma ero andata incontro a una grossa delusione.
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Finalmente il via libera

Eravamo arrivati al Silver Spur Court di Elphinstone, dove ci avevano riservato due stanze, quando fui colta da una tonsillite con febbre alta. Sulle prime Humbert pensò che stessi inscenando una commedia, ma era assolutamente vero. Come un padre, che in fondo (molto in fondo) era, cominciò a preoccuparsi arrivando a pensare che potessi avere qualcosa di molto grave. Si rivolse alla direzione del motel e la signora Hayes lo consigliò di portarmi all’ospedale mentre lei avrebbe provveduto ad avvertire un certo dottor Blue. Sempre più preoccupato, il mio patrigno mi avvolse in una coperta e mi condusse in clinica.

Non so se fu merito del dottor Blue, ma l’attacco febbrile passò in meno d’un paio di giorni, anche se persisteva il fastidio alla gola. In questo frattempo Humbert aveva trovato modo di inimicarsi il personale e in particolare l’infermiera Mary Lore. Informato dalla signora Hayes, era accorso Cue che si spacciò come mio zio in rotta con il fratello. Essendo gioviale e cortese, tutti, a cominciare da Mary Lore presero le sue parti, trovando il sistema di avvertirci quando l’arcigno genitore arrivava in Ospedale.

Era quindi il momento di attuare il piano di fuga, ma io ci tenevo a portare con me le mie cose, non solo i miei vestiti, ma soprattutto la somma non indifferente che ero riuscita ad accantonare, ben nascosta in una valigia.

Così, nel momento in cui H.H. mi diceva che appena passata la febbre avremmo lasciato quel posto, gli chiesi di portarmi intanto le mie valigie e lui m’assicurò che l’avrebbe fatto la mattina dopo.
Una volta in possesso delle mie due valigie, appena H.H. avrebbe lasciato l’Ospedale (con lui erano molto rigidi con gli orari di visita) sarebbe arrivato lo zio a prelevarmi. Avremmo dovuto agire in fretta e avremmo potuto disporre di poche ore di distanza tra noi e l’inseguitore, che si sarebbe lanciato sulle nostre tracce, ma la fortuna ci venne ulteriormente incontro.

La mattina dopo, infatti invece di lui, vidi arrivare con le mie valigie il fattorino del motel che mi comunicò che H.H. era stato a sua volta colpito da un attacco influenzale.

Non dovevamo porre tempo in mezzo e la sentimentale Mary Lore, che si era particolarmente intenerita per l’amore (ingiustamente ostacolato dal padre) tra la giovane Lo e il suo brillante e divertente zio, si prese l’incarico di telefonare al burbero genitore per informarsi se si sentiva meglio e se più tardi sarebbe passato in Ospedale.

Visto che le condizioni fisiche lo costringevano ancora a letto, Mary Lore ci comunicò il via libera e con grande soddisfazione si prese anche l’incarico di telefonargli, il giorno dopo, per comunicargli di non preoccuparsi perché era tutto a posto.

“Sua figlia – gli avrebbe detto – è andata via ieri pomeriggio, con lo zio Gustavo che è venuto a prenderla con un piccolo cocker che appena l’ha vista le ha fatto molte feste. Ha provveduto lui a pagare il conto e mi ha pregato di raccomandarle di restare riguardato, mentre, come d’accordo, loro sono diretti al ranch del nonno…”
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Nome in codice “Volpe Rossa”

Prima di partire H.H. portò la vecchia carretta di mia madre dal meccanico per revisionarla e renderla idonea ad affrontare un nuovo lunghissimo viaggio.
Intanto avevo provveduto a inviare segnali di fumo al Gran Capo Volpe Rossa per comunicargli che la prima parte del piano era stata avviata in modo positivo.

Non dovevo fare dei grossi sforzi per apparire agli occhi di Humbert di buon umore. In effetti ero felice di potermi prima o poi congiungere con Cue, che sentivo di amare. Ed ero quanto mai divertita a giocare all’agente segreto lasciando messaggi come Dolly Lo chiama base operativa, oppure Cappuccetto Rosso chiama Ezechiele Lupo…
Ma non era facile non farsi scoprire dal sospettoso H.H. che ogni volta m’accusava di aver impiegato troppo tempo alla toilette e dovevo sempre inventarmi qualche cosa di nuovo.

Ci fu un giorno, a Chestnut Court, in cui ero rimasta a letto mentre lui andava dal barbiere e quando tornò mi ero già alzata e vestita. Notò che avevo i sandali sporchi di terra, gli dissi che ero uscita in giardino per vedere se arrivava. Mi afferrò per un polso e mi trascinò all’interno. Mi sbatté sul letto e mi spogliò lasciandomi completamente nuda e come un segugio mi annusò per tutto il corpo alla vana scoperta di tracce sulla mia pelle che rivelassero la mia infedeltà.

Quello che temeva era che potessi avere degli incontri (forzatamente fugaci) con chissà chi. Da quel lato poteva stare tranquillo non avevo nessun rapporto sessuale con altri all’infuori di lui. Non era quello il pericolo che incombeva su monsieur Humbert..
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La nuova Lolita

Le prove di I Cacciatori Incantati procedevano alacremente e al termine mi intrattenevo con Cue (come si faceva chiamare dagli amici e come volle che anche io lo chiamassi) e le nostre conversazione si facevano sempre più intime.

Poiché aveva avuto modo di conoscere sia mia madre che me attraverso lo zio dentista, durante una sua visita a Ramsdale, sapeva che quello che stava con me non era mio padre e aveva intuito quelli che erano i nostri rapporti.

Come Valmont era riuscito a fare sua la piccola Cécile senza che lei se ne accorgesse, così Cue riuscì a farmi svelare tutta la verità, che d’altronde intuiva benissimo, e sin dalle mie prime timide ammissioni seppe creare tra noi un rapporto molto confidenziale, quasi di complicità.

Riuscì a carpirmi ogni segreto, ma non era il caso di parlare di confessione: una confessione presuppone il riconoscimento di un peccato ed eventualmente il pentimento. Cue non aveva niente a che vedere con un padre confessore che giudica e concede il perdono. Per lui ero stata trascinata, senza alcuna colpa, in una situazione più paradossale che scandalosa. Non avevo avuto il coraggio di rivelare a Mona che i suoi sospetti erano fondati, ma come con lei avevo provato piacere a confidarle i particolari più intimi della mia breve relazione con Steve, così provavo un senso di liberazione nel tirare fuori quanto c’era di più lercio e spregevole in quello che l’ignobile e depravato monsieur Humbert pretendeva da me. Riparlandone insieme ne ridevamo e Cue richiamava la mia attenzione sugli aspetti ridicoli, mettendo in burla le manie di H.H.

Era come se nuda e completamente ricoperta di melma, fossi raggiunta dal getto d’acqua che con una pompa Cue dirigeva sul mio corpo e sui punti più sensibili facendomi una specie di solletico che suscitava in me ilarità, procurandomi anche fremiti di piacere.

Quello che trovavo quanto mai confortante era il fatto che mi ascoltava senza nessuna morbosità (questo era quello che credevo). Mi ero sbottonata con lui, rivelandogli cose piccanti e scabrose, senza che lui si sentisse autorizzato a sbottonarsi i pantaloni, malgrado non avesse nascosto quello che provava nei miei riguardi. E dopo quello che ero costretta a subire da H.H. questa era per me una cosa quasi incredibile.

Si era limitato a baciarmi amorevolmente e sorridendo aveva affermato che mi aveva già baciato quando avevo dieci anni ed io mi ero arrabbiata moltissimo. Poi avendo notato il modo con cui avevo risposto al suo bacio, osservò che ora le cose erano ben differenti.
Ormai non potevo più nascondere a me stessa che ero innamorata di lui, affascinata dalla sua genialità, dal suo spirito, dal modo di presentare le cose, di essere affettuoso comportandosi da perfetto gentleman. Gli fu facile capire quello che provavo per lui e chiamandomi uccellino, mi invitò ad aprire le ali e prendere il volo con lui.

Come Lucignolo con Pinocchio, Cue mi parlò del Paese di Bengodi: un ranch nell’Ovest, che un amico gli aveva messo a disposizione, dove riuniva gente del cinema e del teatro, attori, registi, produttori, dando vita a feste favolose che si svolgevano ininterrottamente per giorni, e dove ci saremmo potuti rifugiare e divertire.

A settembre, poi, a Hollywood sarebbero iniziate le riprese di un film tratto da una sua commedia ambientata nel mondo del tennis. Io sarei andata con lui e m’avrebbe fatto fare un provino per avere una piccola parte, oppure avrei potuto fare da controfigura nelle scene di tennis.

Per la prima volta dopo tantissimo tempo, tornavo a sognare. Era tutto molto bello ma come potevo fuggire da H.H., che praticava su di me un’attenta sorveglianza? E anche se fossi riuscita a scappare, lui restava il mio patrigno e si sarebbe rivolto alla polizia che ci avrebbe sicuramente rintracciato, prima di poterci nascondere nel ranch.

Cue estrasse dal cilindro più d’un piano per gabbare il mio non irreprensibile patrigno, che oltre a permetterci di mettere in atto i nostri propositi, gli avrebbero impedito di avvicinarsi alla polizia.
Ne parlammo a lungo un pomeriggio, quando ormai mancava poco più di una settimana alla recita, e poiché io ero ancora titubante cercò di convincermi. Prima di lasciarci mi strinsi forte a lui che carezzandomi i capelli mi sussurrò all’orecchio.
“Dai uccellino, dispiega le ali e vieni a volare con me…”
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Le quattro D.

La casa al numero 14 di Thayer Street, non era né brutta né bella. Non la degnai neanche di uno sguardo. Scovai, per mia fortuna, una radio, che accesi subito e una pila di vecchie riviste, che stesa sul divano, presi a sfogliare mentre ascoltavo musica.

Iniziai la scuola che, almeno a parole, sembrava offrire qualcosa di diverso basandosi, come ci teneva a mettere in evidenza la direttrice, su quattro D: Dramma, Danza, Dibattiti e Date, ossia appuntamenti con i ragazzi. Le prime due D mi attraevano, le discussioni e i dibattiti, senz’altro meno e in quanto agli appuntamenti con i ragazzi, data una occhiata alla fauna maschile locale, ne facevo volentieri a meno. Una cosa positiva era il fatto che avrei pranzato a scuola e questo voleva significare che mi sarei almeno risparmiata il turno pomeridiano di prestazioni sessuali.

H.H., che ignorava quanto poco m’interessassero i ragazzi, aveva posto una serie di divieti categorici affiancati da un elenco di cose tollerate se controllate.
Uscire sola con un ragazzo (qualunque fosse la meta) faceva parte dei divieti assoluti, mentre uscire in gruppo era ammesso con le dovute precauzioni e controlli.
Malgrado non avessi alcun interesse alla compagnia dei ragazzi, la cosa m’imbestialì in quanto veniva a privarmi di un mio diritto. E certo non glielo mandai a dire…
Quello che lui m’invogliava a fare era ricevere in casa le mie compagne, ma me ne guardavo bene…

Ai tempi di Ramsdale, mi ero sentita inorgoglire dal fatto che un uomo come lui si fosse interessato (e in quel modo) a me malgrado fossi ancora una bambina. Ora, però, sapevo perfettamente che il suo interesse era determinato proprio dal fatto che ero una bambina. Io o un’altra sarebbe stata per lui la stessa cosa: l’importante era che fosse una ninfetta, come ci definiva lui.

Me ne ero resa perfettamente conto quando nelle nostre peregrinazioni senza meta, appena arrivavamo in una località chiedeva informazioni sulle scuole e andavamo ad appostarci all’uscita. Chiuso in macchina osservava con libidine lo sciamare delle scolare, spogliandole con lo sguardo, liberando la sua fantasia lasciva e chiedendomi di assecondare la sua ignobile eccitazione.
La cosa mi faceva ribrezzo, non tanto per quello che mi chiedeva di fare (ero abituata a ben altro) quanto per l’oscenità dei suoi pensieri che insozzavano quelle ignare bambine.

Tra le mie compagne aveva messo gli occhi concupiscenti su Linda Hall, con la quale giocavo qualche volta a tennis (era campionessa della scuola) e su Eva Rosen, immigrata dalla Francia, con la quale monsieur Humbert, parlava francese quando (dopo essersi sicuramente appostato) ce lo trovavamo davanti tornando insieme dalla scuola.

Evitai nel modo più assoluto che frequentassero casa mia.
Intendiamoci, non lo feci certo per gelosia (figuriamoci) il mio timore, piuttosto fondato, era che l’inaffidabile H.H. si mettesse nei guai. Non potevo certo dimenticare i suoi palpeggiamenti e quello che aveva fatto sul divano, credendo che non m’accorgessi di nulla…
E se avesse agito nello stesso modo con loro? Sicuramente sarebbero andate a lagnarsi con i genitori che non sarebbero stati certo teneri con lui… ma anche ammesso che ci fossero state (come avevo fatto io) sicuramente se ne sarebbero vantate con qualche compagna, in quanto Monsieur Humbert restava sempre un uomo interessante e charmant, e in breve la cosa si sarebbe risaputa per tutto il circondario. Toccava proprio alla piccola Lo essere saggia! Continua a leggere questa storia »

I primi rimpianti

Dick e Bill entrarono in casa in cerca di una birra e guardarono sorpresi l’uomo che era con me.
“Dick, questo è mio padre” dissi alzando un po’ la voce in quanto la guerra l’aveva reso debole di udito.

Si strinsero la mano e Dick espresse il piacere di poterlo finalmente conoscere. Intanto Bill, che era andato in cucina, tornò con i barattoli di birra aperti. Lui in guerra aveva perso un braccio e ci teneva a mostrare quante cose era capace di fare con una mano sola. Dopo aver posato le birre fece l’atto di ritirarsi ma l’invitammo a restare. M’accorsi che si era tagliato la mano aprendo una lattina e lo portai in cucina per medicarlo lasciando soli suocero e genero.
Dick non sapeva assolutamente niente della nostra storia e per lui Humbert era mio padre. In quanto ad H. H. gli avevo scritto comunicandogli che mi ero sposata e aspettavo un bambino. Mio marito era meccanico e gli avevano promesso un buon posto in Alaska, ma non avevamo abbastanza soldi e gli chiedevo (che fatica mi era costata scrivere quella lettera!) di aiutarci finanziariamente. Stando in cucina intenta a fasciare il dito di Bill, avvertii che erano rimasti in silenzio: Dick sicuramente intimidito non sapeva che dire. Parlò Humbert, che aveva capito che con Dick doveva alzare la voce:
“Così andrete in Canada? Oh, si certo non in Canada ma in Alaska”

Quando Bill ed io tornammo in salotto, Dick disse che sicuramente il signor Haze e sua figlia desideravano restare soli avendo molte cose di cui parlare.

Quando Dick e Bill uscirono per tornare al loro lavoro, invitai Humbert a sedersi, sperando che il quadretto familiare al quale aveva assistito lo avesse convinto a desistere dal suo maniacale desiderio di conoscere una verità ormai sepolta e che era bene per tutti non rivangare. Ma purtroppo non era così:
“Allora? Voglio quel nome…”
“Ma perché? A che scopo… ti prego è acqua passata… mettiamoci una pietra sopra… Dick è all’oscuro di tutto: quando ci siamo conosciuti lavavo i piatti in un ristorante e gli ho fatto credere che ero fuggita da una famiglia benestante. Sa che tu sei mio padre e che mi sono rivolta a te per avere un aiuto finanziario. Il resto non ha più importanza. Perché vuoi nuovamente scoperchiare quel letamaio?”
“Se vuoi che ti aiuti tira fuori subito quel nome…”

Carogna, pensai dentro di me. Vuoi proprio saperlo: eccoti servito!
“Come hai fatto a non arrivarci da solo? Il nome Clare Quilty, lo scrittore nipote del dentista di mia madre, non ti dice niente?…

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La macchina

Tutto è fermo. Nella mia postazione regna il silenzio. Qualche rumore, le macchine di passaggio. Qualcuna corre, altre rallentano. Mi rivolgo a loro domandando: perchè correte?
Sono un mezzo se rallento le macchine che seguono la mia strada finiscono per tamponarmi.

Mi rivolgo a quelle che rallentano ponendo la stessa domanda. Ottengo una simile risposta: rallento per non provocare incidenti.
Dove andate, allora?
Inseguiamo delle linee bianche che dividono le strade.
Tutto qua? Non ci posso credere!

Una macchina dal colore nero chiede ad un’altra del suo stesso colore: perchè somigli a me ed io a te?
Vorresti dire perchè siamo identiche?
Non lo so.
Come non lo sai? Menti. Hai scelto tu di essere uguale al mio colore. Io? Cosa caspita dici! Siamo due modelli diversi, non vedi?
No, non vedo. I miei fari sono rotti.
Come fai a dire che siamo uguali quando non puoi vedere?
Me lo hai appena detto tu.

Continuarono per diversi minuti, domandandosi il motivo per cui erano dello stesso colore. Me lo chiesi pure io perchè non erano diversi colori. E riflettevo sul perchè i due mezzi si chiesero proprio in quel momento perchè erano dello stesso colore. Che importanza ha? In fondo, sono qui per sapere dove si dirigono.
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Donna Panciuta

“Mi scusi, potrebbe indicarmi la strada che porta al negozio delle brocche?”

Il passante fece cenno con il capo: “segua la 13esima strada e davanti a lei trova il negozio, non si può sbagliare”.
Nel momento in cui lo ringraziai, pensai tra me e me: “qui, non c’è nessuna 13esima strada”. Mi dissi: “sono sicura che ho chiesto ad un folle, oppure, ho sentito male”.

Mi capita spesso di far brutte figure. Sono un po’ sbadata, lo ammetto. Non lo faccio apposta. Potrei scrivere un piccolo libriccino con tutto quello che mi accade durante il giorno.
Ad esempio, ieri sono andata in Facoltà a seguire una lezione. Una ragazza del corso mi ha detto sottovoce: “non ti ho mai vista prima ad ora”. Sono diventata tutta rossa e mi son resa conto che avevo sbagliato aula. Ah… dimenticavo, frequento il  1° anno di “Musicologia”. Suono la chitarra da quando ero piccina. Ricordo che era Natale quando mi regalarono la prima chitarra. In verità è “la prima e l’ultima” che ho ricevuto. E’ molto vissuta, ma non ho intenzione di cambiarla con un’altra più bella.

Ma per tornare alla mia ricerca del negozio di brocche, feci per chiedere indicazioni ad un altro passante e mi ritrovai davanti proprio alla ragazza conosciuta in Università. E’ stata lei a consigliarmi di venire in questo posto. Sinceramente, pensavo fosse matta: era quasi entusiasta di volermi mostrare questo “negozio delle brocche”, diceva che una di quelle esposte somigliava a me.

“Ma come?” mi chiedevo, “Non mi aveva ancora mai vista e già insinuava che avevo i tratti di una brocca?” Continua a leggere questa storia »

La giovane prostituta

Sul tardi di una sera d’inverno, mentre ero di guardia in pronto soccorso, mi portarono una giovane donna, una prostituta. Ma io non lo sapevo.

La giovane, come seppi più tardi, era stata scaraventata da un cliente, durante un diverbio sul tipo di prestazione, nel fuoco del falò di legna e copertoni di vecchie auto, che le lucciole della notte erano solite accendere per rendersi visibili e per riscaldarsi durante l’attesa.

La donna era pressoché nuda. I pochi indumenti che indossava al momento del fatto le erano stati tolti dai soccorritori perché infocati. Giaceva prona ed a gambe divaricate su di un lettino della sala visita e si lamentava, smoccolando contro tutti.

Mi avvicinai e, tenuto ancora all’oscuro sulla professione esercitata dalla signora, cercai di ammansirla.

<<Stia calma. Adesso le farò fare qualche cosa per lenire il dolore. Mi lasci vedere bene. Devo valutare l’entità delle ustioni e medicare. Abbia un po’ di pazienza e mi lasci lavorare tranquillo>>.

<<Le raccomando, dottore, faccia tutto per benino e mi dica se potrò ritornare normale>> mi disse con voce flebile ed indicando senza ombra di dubbio quella cosina fra le cosce che tanto è capace di eccitare i maschi <<Faccia tutto per il meglio, dottore. Per favore, ché io con quella ci lavoro e ci campo>>.

Solo allora capii, davanti a quella vulva martoriata da flittene frammiste a pelo bruciacchiato, la professione della paziente.
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La concezione dell’amore

Quando lasciammo la camera, verso mezzogiorno, non mi sentivo affatto una radiosa fresca sposina come mi ero immaginata.
Ero profondamente delusa: non si era affatto rivelato l’amante perfetto e raffinato che avevo immaginato. Era stato molto più bello quando l’avevamo fatto attraverso i vestiti sul divano…

Avevo sognato che mi avrebbe ricoperto di baci e avremmo fatto teneramente l’amore, ma non era stato assolutamente così. Aveva dimostrato di desiderarmi in un modo animalesco e l’avevamo fatto per ben tre volte nella stessa mattinata, ma anziché tra le braccia di un amante appassionato mi ero sentita violentata da un bruto. Può sembrare assurdo parlare di stupro, dopo che gli avevo spalancato le braccia e tutta me stessa, eppure era proprio così.

Se Barbara mi avesse chiesto come era stato, le avrei risposto che mi ero sentita come sotto una macchina schiacciasassi, che sbuffando faceva avanti indietro, arrestandosi con un getto di vapore, nel momento in cui lui arrivava all’apice del piacere. Ci sarebbe stato da morire dal ridere, se non mi fossi sentita così infelice con una disperata voglia di piangere.

Steve mi aveva confessato che io ero la sua terza ragazza (la prima vergine) e non avevo ragione di metterlo in dubbio. Malgrado la sua limitata esperienza, già dalla seconda volta era riuscito a farmi provare piacere. Soprattutto avevo sentito che facevamo l’amore, non quello che tra ragazzi chiamavamo in tanti strani modi. Invece H.H. sembrava che lo facesse non con me ma con un cuscino o qualsiasi altra cosa che odorasse di me!
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