Gennaio, ancora in città – Il diario di Elena

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    Dal diario di Elena.

    Ero rimasta incastrata in quella città. Io non sapevo nemmeno se era ciò che veramente volevo. Non ero mai stata una di quelle persone a cui guardare con biasimo, dicendo “bhe te la sei cercata”.

    Un figlio, un lavoro d’ufficio, i genitori da accudire. Mai una sbandata, mai una mattina che mi fossi decisa: “no, oggi non mi alzo da questo letto, non la percorro quella strada che dal pullman mi porta dritto fino alla mia scrivania da segretaria.” Non perchè non l’avessi voluto, solo perchè ogni mattina per diciotto anni mio figlio mi richiamava alla realtà: c’era da allattarlo, cambiarlo e poi, più tardi negli anni, vestirlo, accompagnarlo a scuola. Ma Felice (si, è proprio così che l’ho chiamato) aveva raggiunto la maggiore età, se ne era andato via, se ne era andato a fare il militare e io tutte le mattine continuavo a fare le stesse identiche cose, come per ipnosi, anche se lui non c’era più.

    Solo quella mattina di Gennaio, percorrendo quella strada venni scossa da un pensiero, dal pensiero: cosa ci facevo in quella città? Iniziai a guardarmi attorno, ad osservarla meglio per trovare una risposta con metodo scientifico: i monumenti, gli edifici davanti ai quali passavo sistematicamente tutti giorni – il famoso elefantino, l’Università – guardavo la gente, per lo più studenti provenienti da tutta la provincia che chiacchieravano di libri e lezioni, sforzandosi di celare quell’inflessione dialettale dalle vocali troppo aperte.

    “Nòòò io non ci ho caaapitooo proprio nniente di quéllo che ha spiégatoo il Prof, coompléto”.

    E, poi, mimetizzati tra loro, i tanti perdigiorno che si aggirano nei bar universitari (forse spacciatori) dai denti cariati che ti si avvicinano per abbordarti:

    “Zignoriina lo zai che zei carinaaa?”

    Allora tu aumenti il passo, fingi di non afferrare, ma è sempre in mezzo a loro che devi passare per arrivare alla tua meta e, quindi, ti abitui ai fischi e alle risate sguaiate. Al puzzo del pesce del mercato all’aperto, all’aria angusta ed equivoca degli archi sopra cui passa la ferrovia.

    La stazione, quella si me l’ero guardata per ben diciotto anni e qualche volta, quando arrivavo troppo in anticipo, mi concedevo una piccola deviazione all’ufficio informazioni. Chiedevo l’orario dei treni che andavano al nord. Avevo imparato che gli Intercity portavano fino a Roma, senza dover mai cambiare. Durante la mattinata ne passavano almeno due. Che bei sogni mi concedevo! Ma alle 9:00 di corsa in ufficio.

    E’ così che la vita ti incastra: con un lavoro d’ufficio, con la paura della fame, non la tua, quella di tuo figlio.. va bene, va bene, sarò onesta fino in fondo, mentre scrivo queste righe, tanto ormai sono già lontana.

    La vita ti incastra con un figlio, soprattutto quando quell’esserino – che a sua volta rimane incastrato, stretto alle tue ovaie – tu proprio non lo avevi programmato. Anzi, non avresti mai pensato nella tua esistenza intera di diventare mamma davvero. Inizi, allora, a fartela sotto dalla paura, non la paura di non essere all’altezza, ma la paura di diventare una donna diversa da te stessa, dalla ragazza poco più che ventenne che avevi imparato a conoscere. Quella che aveva ingoiato cumuli di merda nell’attesa di andarsene via e, invece, mano a mano che la sua pancia cresce, sente come rassicuranti perfino l’odiosa strada per l’ufficio, con quei porci che ti fischiano dietro, i maledetti monumenti imbrattati di studenti, le fottutissime carrette che si ostinano a definire “mezzi pubblici”.

    Ecco, in tutta onestà, com’è che questa città mi ha incastrata.

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    3 Comments

    1. eVinti scrive:

      E’ vero che si vincono i badge commentando su questo sito?

    2. eVinti scrive:

      già è vero io ne ho appena sbloccati 3!!

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